TRA LE MURA STORICHE
LA TAVERNA ALHAJA
La taverna Alhaja si trova nella casa che giace sull’angolo di via Salvador Villaescusa. Conserva parte della sua struttura originaria e la tecnica e i materiali che vennero utilizzati per costruirla rappresentano un buon esempio degli edifici che vennero innalzati a Salobreña durante l’epoca moderna (secoli XVI-XVIII). L’opera originaria è visibile nella parete interna del muro che si affaccia sulla via Salvador Villaescusa, la quale fu costruita mediante una muratura di pietra e laterizi, così come la porta che si trova dall’altra parte, creata con stipiti e archi realizzati con laterizi. Il terreno sul quale si erge questa casa, secondo i fatti storici, fu lasciato alla chiesa parrocchiale di Salobreña l’11 gennaio 1493. Nell’anno 1752 era già destinata a “casa horno de poya”, di proprietà dell’edificio principale della chiesa parrocchiale, che era composto da una stanza a pianoterra e un’altra sottoterra. L’ “horno de poya” era un forno comunale per cuocere il pane, chiamato così per via del diritto che si pagava con una parte del pane che si cuoceva nel forno.
RISTORANTE PESETAS
La storia che racconta la nascita e lo sviluppo del Ristorante Pesetas è quella che corrisponde grossomodo agli ultimi 50 anni della vita sociale di Salobreña. Questo ristorante seppe come adattarsi alle necessità, opportunità e ai cambiamenti dei siti storici dell’epoca. In tal modo è riuscito, per la durata di oltre 50 anni, a continuare a essere un luogo di riferimento per la gastronomia della zona.
Il Pesetas, posseduto da Antonio Arnedo, detto “el Pesetas”, divenne sin dal principio un importante luogo per l’industria alberghiera. Fu il primo ad accettare socialmente l’accesso delle donne nel ristorante, a quei tempi malvisto dalla società locale molto radicata nella tradizione.
Verso la fine degli anni ’60 il Pesetas divenne un bar durante il giorno e sala da ballo durante la notte nei fine settimana e nei giorni di festa, assieme alla pista da ballo del Paseo de las Flores. Durante gli anni ’80 questo ristorante continua ad essere luogo di incontro per la gente del paese, dove fare colazione e “ir de tapas” (il tipico ‘aperitivo’ spagnolo accompagnato da una varietà di preparazioni alimentari tipiche della cucina spagnola).
Il Ristorante Pesetas rimane oggi una visita obbligatoria per i visitatori di tutto il mondo, dove poter degustare piatti tipici e godere di una vista panoramica dal centro storico.
LA CASA NUMERO 10 DELLA VIA REAL
Al numero civico 10 della via Real si trova la Casa di Nicolás Villaescusa che spicca rispetto al resto delle abitazioni confinanti per la sua altezza di tre piani. Il suolo che occupa fu donato dai Re Cattolici, con una cedola reale del 22 maggio 1942, affichè l’ospedale del paese fosse ubicato proprio lì. Gli ospedali costruiti dai Re Cattolici nell’antico Regno di Granada ebbero un ruolo sociale importante. Oltre alla loro attività medica furono principalmente centri di beneficienza e alloggi per i poveri. Dopo che la casa ospedale di Salobreña venne congiunta con l’ospedale di Motril a causa dello stato di rovina in cui si trovava, essa venne ricostruita come luogo di residenza e centro di raccolta dei poveri, che venivano successivamente mandati nell’ospedale di Motril per essere curati.
Nel 1664 la casa passò a un privato dopo essere stata acquisita da Luiz Muñoz de Arellano, che per ottenerla pagò la somma di 300 ducati. Alcuni anni dopo la casa tornò di proprietà dell’ospedale di Motril e successivamente venne acquisita ancora una volta da privati. Non si sa molto altro della storia di questa casa fino alla fine del XIX secolo, quando divenne proprietà di Nicolás Villaescusa Gómez, che vi risiedeva già nel 1884. Egli fu uno dei personaggi principali nella vita politica, sociale ed economica di Salobreña tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo. Fu proprietario di terre, frequentò i maggiori circoli culturali dell’epoca e fu consigliere municipale di Salobreña nel 1895.
La facciata principale della casa è formata da 3 blocchi, con finestre e poggioli incorniciati da una modanatura liscia. Spiccano gli affreschi che la decorano all’interno, specialmente quelli che ricoprono le superfici di una delle stanze, che mostrano motivi decorativi geometrici, floreali, animali e musicali. un altro piccolo affresco mostra parte delle rovine del castello, uno scorcio del Paseo de las Flores e sullo sfondo il mar Mediterraneo attraversato da battelli a vapore.
CASA GRANDE
Con il nome “Casa Grande” si fa riferimento all’abitazione che si trova all’angolo tra la via Puerta de la Villa e la via Real. Essa costituisce un buon esempio del tipo di abitazione che i grandi proprietari di terra fecero costruire all’inizio del XX secolo. Il primo proprietario fu Isidro Salazar Aguado, ma oggi è di proprietà della Chiesa. La facciata principale si trova in via Real e qui vi è una porta d’accesso con stipiti e architrave di pietra e battiscopa rivestito di laterizio rosso, delimitato da una cornice di pietra. Sulla sinistra della porta, al suo interno, si aprono delle nicchie cieche. Nella seconda facciata, che dà su via Puerta de la Villa, si apre una porta secondaria con stipiti di laterizio e un arco dello stesso materiale. Le stanze del primo e del secondo piano sono distribuite attorno a un cortile al quale si può accedere dalla via Real, dopo essere passati attraverso un ingresso. In questa casa si trova l’antica torre-porta che oggi è divisa su due piani, quello inferiore adibito a garage e quello superiore che funge da ripostiglio.
PENSIONE SAN JOSE’
L’edificio dove si trova la Pensione San Josè fu costruito tra il 1850 e il 1875. Inizialmente venne adibito a casa di campagna e i principali clienti erano mulattieri che trasportavano mercanzie dall’interno verso la costa e dalla costa verso i paesi dell’entroterra: olio, vino, farina, ceramiche per l’uso domestico… Queste persone potevano disporre di una zona dove occuparsi dei propri animali, una sala nella parte inferiore della casa, accanto al cortile, che era adibita a dormitorio comune e un’altra sala dove venivano serviti loro i pasti. Inoltre, alloggiavano qui tutti i viaggiatori che, per diversi motivi, dovevano trascorrere la notte a Salobreña. Con l’avanzare degli anni, la clientela principale furono viaggiatori che si spostavano per motivi commerciali e le persone che giungevano a Salobreña per motivi lavorativi.
Al giorno d’oggi la Pensione San Josè viene riconosciuta come l’alloggio turistico più antico di Salobreña e attualmente è considerata un edificio particolarmente interessante per trattarsi di una casa pittoresca del XIX secolo in ottimo stato di conservazione.
ZUCCHERIFICIO DE LA CALETA
Lo zuccherificio del Guadalfeo, conosciuto in passato come zuccherificio de “Nuestra Señora del Rosario”, fu costruito da Don Joaquin Agrela tra il 1860 e il 1861 presso i terreni dell’antica casa di campagna di Eusebio Molina.
Il luogo scelto per la costruzione dello zuccherificio non fu casuale: la posizione privilegiata permetteva di disporre di una piccola cala nella quale costruire un molo per poter introdurre il carbone essenziale per il funzionamento degli impianti. Allo stesso modo, l’esistenza del molo permetteva di accedere al mare al fine di trasportare lo zucchero che veniva esportato.
Con la morte di Don Joaquin Agrela, i suoi figli costituirono la Società collettiva “Agrela Hermanos” (Fratelli Agrela) nel 1871. Nel 1920 la società collettiva divenne società anonima con il nome “Azucarera de Salobreña Nuestra Señora del Rosario”. A quei tempi, quando la canna da zucchero copriva la pianura del litorale granadino, questa fabbrica coesisteva con più di una dozzina di altri zuccherifici.
Dopo la Guerra Civile lo zuccherificio venne sottoposto a una modernizzazione e venne aggiunta una nuova sezione per la produzione di barbabietola da zucchero. Nel 1974 quest’ultima smesse di funzionare a causa della scarsa redditività della coltivazione. Due anni dopo la fabbrica venne venduta all’attuale società proprietaria “Zuccherificio del Guadalfeo” per motivi economici. Nel 2005 la coltivazione della canna da zucchero scomparse e con essa anche la millenaria tradizione della lavorazione della canna da zucchero.
Al giorno d’oggi rimane comunque patrimonio d’interesse culturale dell’Andalusia.
CHIESA PARROCCHIALE “NUESTRA SEÑORA DEL ROSARIO”
Costruita sopra l’antica moschea musulmana, la Chiesa della Nostra Signora del Rosario è di stile moresco, XVI secolo. Secondo l’inventario della chiesa, che risale al 1868, questa possedeva 11 immagini di grandi dimensioni. Sono sopravvissute le rappresentazioni della Vergine del Rosario e del Cristo crocefisso, insieme con l’immagine di una vergine con una lamina d’argento, posta in cima all’altare maggiore e un piccolo crocefisso che si trovava sul pulpito.
Questo tempio ha subito molti cambiamenti con il passare del tempo e delle generazioni. Il tetto, che originariamente era un soffitto a cassettoni di legno, venne distrutto da un terribile incendio che si verificò la notte del 31 agosto 1820. Per oltre 15 anni, finchè esso non venne ricostruito, le messe e altri servizi liturgici vennero celebrati presso la sede del municipio, oggi museo storico del paese.
Per molti anni si eseguirono sepolture di cadaveri nella chiesa, a volte nella cripta sotterranea e altre volte nel pavimento delle navate laterali, davanti agli altari, soprattutto quello della Vergine della Solitudine e del Santo Cristo. Queste sepolture, all’interno delle chiese, vennero proibite da Carlo III e più rigorosamente da suo figlio Carlo IV per motivi di igiene pubblica. La piazza della chiesa continua a essere un cimitero cristiano fino al 1789. L’interno della chiesa fu rivestito e restaurato. La testata dedicata all’altare maggiore dava accesso alla torre e alla sagrestia. Nella parte finale c’era il coro rialzato e sostenuto per la sua semplice struttura di travi di legno. La porta laterale, decorata all’esterno con piastrelle, e la torre, slanciata e sormontata da merli sfalsati, sono tipicamente moresche.
Tra le varie immagini, va messa in risalto quella della Vergine del Rosario, che risale probabilmente al XVI secolo. L’altare del Sacro Cuore dispone di una pala d’altare incorniciato da lesene scanalate che ospita una scultura policroma di un sacro cuore di Gesù. Nell’altare dell’Immacolata si trova un’immagine della stessa in una pala con doppie colonne salomoniche. Secondo un aneddoto, tra le tre teste di cherubini scolpite nella base, quella al centro rappresenta il volto del figlio devoto del donatore del dipinto intorno al 1950. Questo è il punto di partenza delle processioni della Settimana Santa, che ogni anno percorrono le strade del paese.
LOBRES: LA CHIESA PARROCCHIALE E L’EREMITA DI SAN ANTONIO
La chiesa parrocchiale appartiene, per la propria tipologia architettonica, al gruppo di chiese mudéjar. Una caratteristica inconfondibile di questo tipo di architettura è la preponderanza del mattone, impiegato nella costruzione si castelli, chiese e dimore private in tutta l’Andalusia. Un altro tratto tipico è rappresentato dalla lavorazione dei soffitti in legno, spesso riccamente scolpiti.
Tra il 1590 e il 1606 vennero realizzate nella chiesa diverse opere. Nel 1645 la superficie venne ampliata mediante la costruzione della cappella maggiore. Nel 1660 venne riparato il soffitto. Nel 1980 la copertura anteriore venne sostituita da un calcestruzzo. Durante la Guerra Civile numerose immagini religiose andarono perdute e così anche il retablo della cappella maggiore, che venne sostituito da un altro dello stesso stile, appartenente all’eremita di San Antonio.
La chiesa possiede una pianta rettangolare e la facciata è di stile tradizionale, con una torre liscia. Fu consacrata a San Juan Crisóstomo e, con il passare del tempo, venne dedicata a San Antonio.
L’eremita è costituito da una singola navata di laterizio, con un piccolo coro sopra la porta d’ingresso. La facciata dispone di un campanile con un arco dove vi è una campana e, sotto a quest’ultima, c’è una nicchia con una rappresentazione moderna di San Antonio. A un livello più basso si apre una finestra con un’inferriata che dà sul coro e, sopra la porta, recita la leggenda “MORCILLO”, che ricorda il secondo cognome del suo benefattore.




